Ho aspettato qualche giorno prima di tornare su un argomento che spero farà parte del dibattito federale e non solo dei prossimi mesi: la questione integrazione. In questo senso ho fatto uno sbaglio. Il primo luglio, prima del Consiglio Federale, fermandomi brevemente a parlare con i giornalisti in attesa davanti alla Federcalcio a Roma, ho rilasciato un paio di considerazioni sul tema. Al di là delle reazioni che ne sono seguite, di cui poi dirò, mi sono reso conto che certe materie non possono essere affrontate sul marciapiede, in dichiarazioni “volanti”, proprio per la loro delicatezza e importanza.
Perché aprire questa discussione adesso, collegata all’analisi della crisi del nostro calcio e in particolare della nostra Nazionale? Dopo mesi, meglio, anni, in cui davanti alla mancata qualificazione azzurra a un mondiale, ci siamo soffermati ripetutamente su vari aspetti (vivai, tecnica, tattica, società, club, mercato, famiglie, agenti) c’è adesso proprio l’avvenimento che impone una comparazione inevitabile e fondamentale anche a noi che lo stiamo solo guardando da lontano. Se 292 calciatori su 1248 (ovvero il 23,4%) non sono nati nella nazione per cui stanno giocando significa che il mondo reale è complesso e questa complessità bussa anche alla nostra porta. Possiamo decidere di ignorarlo o aprire anche noi alla realtà. Che è diventata planetaria. Non si tratta più del solo “caso Francia”, già andato in onda una trentina di anni fa, al tempo del primo titolo iridato di quella straordinaria nazionale multietnica, legata alla storia coloniale transalpina. Basta prendere le rose delle sette nazionali europee arrivate agli ottavi di finale, come la Svizzera per esempio, per rendersi conto di cosa stiamo parlando.
In questo senso mi aiuta l’analisi che qualche giorno fa ha fatto Aldo Cazzullo sulle pagine del Corriere della Sera, dal titolo Cosa ci insegna il Mondiale – I figli dell’immigrazione protagonisti del calcio europeo. Quando si parla di bianchi, neri, arabi si rischia sempre di provocare reazioni uguali e contrarie. Serve onestà intellettuale. Scrive Cazzullo: “Forse, se l’Italia per la terza volta ha fallito la qualificazione ai Mondiali, è anche perché non ha saputo attingere al potenziale dei nuovi italiani. È un pallino del nuovo capo del nostro calcio, Giovanni Malagò. Negli altri sport, dall’atletica alla pallavolo, è accaduto; e i risultati sono straordinari. Perché nel calcio non ancora?”. A qualcuno potrà sembrare una domanda solo utilitaristica ma sicuramente coglie un punto. Quello legato alla cittadinanza di migliaia di ragazzi e ragazze, già nostri connazionali di fatto ma tenuti ai margini da una normativa e da protocolli burocratici (che scattano dopo i 18 anni) secondo me antistorici.
Quando si arriva a questo punto scatta in alcuni settori una reazione automatica: questa è politica, non è sport. E allora? Qual è il problema? Serve semplicemente una buona politica. In questa materia si è intervenuti per esempio un anno fa per restringere lo Ius Sanguinis (che regola l’acquisizione della nostra cittadinanza) solo a chi abbia genitori o al massimo nonni italiani (con restringimento drastico della possibilità di portare “oriundi” in azzurro).
Come si fa a non vedere che lo Ius Solis, declinato magari in forma mediata (sportivo, scolastico) è una delle grandi sfide che dovremmo affrontare come Paese, attraverso un dibattito serio e scelte consapevoli, contrastando chi al contrario predica risposte scellerate come la remigrazione?
Un’ultima battuta: mi garberebbe avere risposte sul merito di queste idee e non digressioni mirate sul fatto che ho 85 anni o che sono il “solito comunista” (due non notizie, essendo fatti notissimi). Per fortuna la lettura dei giornali regala ancora titoli che colgono nel segno, come il migliore degli ultimi 10 anni “Trump è un coglione”…
Renzo Ulivieri
5.7.2026

